Pubblicato da: giulyg78 | 4 luglio 2011

In corpore sano

Roma, la prima capitale cosmopolita nella quale già era realtà la “globalizzazione” e inevitabilmente, al contempo, l’integrazione di riti, linguaggi, popoli dissimili tra loro, ma tutti riuniti sotto un’unica egida: Roma. In questo meltin’ pot etnico religioso e culturale, il senatore Publio Aurelio Stazio dimostra di avere molti meno pregiudizi di quanti ne abbiamo oggigiorno nelle nostre moderne metropoli. Così si trova ad indagare in un ambiente a lui estraneo ma non nemico: la prima comunità ebraica romana. Le diffidenze sono inevitabili, il rischio di offendere le rispettive sensibilità è sempre presente, come un tappeto di cui si intuisce la scivolosità ma si è portati ad ignorarla per un bene superiore che non conosce differenze, divisioni o classificazioni: la giustizia. Un buon giallo di Danila Comastri Montanari che ci conduce per quelle stesse vie che anche oggi, ad un attento osservatore, mostrano la vita di quella stessa comunità ebraica, così antica da far parte di Roma quanto le sponde del Tevere.

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Pubblicato da: giulyg78 | 14 aprile 2011

La mamma del sole

A dispetto della canicola, personaggio a tutti gli effetti di questo romanzo, Andrea Vitali traccia pagina dopo pagina un affresco su un’Italia di paese che sta inesorabilmente, pian piano, scomparendo. Piccole abitudini, personaggi tipici come il curato e il maresciallo dei carabinieri, la perpetua, il suono del campanile a scandire il passare della giornata e a dettare i ritmi del lavoro. Un sapore di cose antiche, ma sane; gli animi sono semplici. Quasi non interessa la soluzione del mistero, ma vorremmo restare in compagnia di tutte le persone che attraversano la piazza, sorseggiare un caffè al bar, andare all’ufficio postale per ritirare una lettera, sentire il frinire delle cicale, l’arsura che aumenta e la cappa densa di umidità, l’odore dei soffritti preludio di pranzi e cene; i discorsi delle comari. Tutto questo non è lo sfondo nel quale la storia prende vita e si svolge: è la storia stessa. Grande capacità dell’autore di trascinarci letteralmente dentro a questo romanzo: da leggere tutto d’un fiato.

Pubblicato da: giulyg78 | 23 marzo 2011

Dura lex

Gradevolissimo giallo. Danila Comastri Montanari non delude e ancora una volta ci conduce tra le fastose ville patrizie e i vicoli della Suburra in un’avvincente trama. Forse l’unica pecca dell’impianto narrativo stavolta è data dall’aver trascurato di approfondire la vicenda del piccolo Bulbillo. Ma resta il fatto che Publio Aurelio Stazio è un eroe a tutti gli effetti. Nobile, una delle più alte cariche dello stato romano, uomo influente e potente che pure non si adagia nella sua condizione, ma segue il suo animo nobile. Non si può non appassionarsi alla sua figura. Uomo saggio ed erudito che trae vantaggio dalla sua conoscenza offrendola e mettendola a disposizione per le cause più svariate ma sempre nel rispetto delle persone e della giustizia.

Pubblicato da: giulyg78 | 6 marzo 2011

Un tallèt ad Auschwitz

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Sono  queste parole di Primo Levi a spronarmi a continuare nella lettura, e attraverso di essa spero, la conoscenza. E’ proprio vero: non è possibile trovare una spiegazione razionale a ciò che è stata la macchina di sterminio nazista. Ci si prova, ma si arriva ad un punto in cui la mente non riesce più a concepire, razionalizzare, organizzare l’orrore che è stato. Però si può conoscere, si può e si deve imparare. Ecco quindi che ognuno di questi libri, è testimonianza preziosa. Sono le voci degli Autori che danno voce a tutti quelli a cui è stato impedito di raccontare. Attraverso la loro esperienza, i loro ricordi, continua a vivere la memoria di quanti erano i loro familiari, amici, conoscenti; tutti coloro con i quali hanno vissuto e per i quali, lottando giorno dopo giorno contro la tentazione di “non pensare”, sono tornati. Le loro parole siano il monito più severo: mai più! C’è una nota leggermente diversa in questo libro, rispetto ad altri fin qui letti: l’esperienza di Teo Ducci è stata in qualche modo diversa. Una serie di circostanze, casualità, incoscienza mista ad ardimento, hanno fatto sì che dal suo racconto trapeli sempre quella speranza nel domani, la speranza nella vita, la speranza nell’uomo. Non ci sono parole di vendetta, ma di giustizia. Un’accorata richiesta di giustizia per tutto quello che uomini, donne e bambini hanno dovuto subire e di cui ancora oggi ognuno di noi, porta ancora le cicatrici. “Perché ciò che è accaduto può ritornare”.

Pubblicato da: giulyg78 | 20 febbraio 2011

Venuto al mondo

Uno stile che mi ha ricordato tanto quello di Oriana Fallaci. Le frasi secche, quasi asettiche a raccontare le emozioni più potenti di una vita: l’amore e la morte. Cosa si può essere disposti a fare, fin dove ci si può spingere per amore? La morte è un limite o il punto di arrivo? Si può rinunciare all’amore per un amore più grande? Sono solo alcune delle domande che mi sono venute in mente mentre leggevo. Non c’è una risposta univoca e appropriata: solo la coscienza individuale può trovare la giustizia del proprio agire. Un vecchio detto dice che bisogna pensare bene a cosa desiderare, perchè potremmo ottenerlo. Ecco, in questo libro ho colto proprio questo: un insieme di speranze, aspettative, sogni, desideri che poi però sia per il modo che per il fatto di essersi proprio realizzate, portano solo amarezza, delusione, la morte interiore, l’anestetizzazione dalle emozioni, dai sentimenti. Un libro che parla di amore in ogni pagina, ma di un amore disperato. Un amore che annienta, distrugge. La morte diventa quasi una compagna di viaggio; la violenza la più razionale delle reazioni. La guerra che dal 1991 ha portato alla dissoluzione della Jugoslavia, è al contempo scenario e protagonista di tutta la storia. Un libro amaro, ma che offre spunti interessanti di riflessione: sia su sè stessi; sia sulla Storia, quella che non viene raccontata nei libri. 

“Non esistono leggi, non esiste giustizia. Esiste solo il coraggio”

Pubblicato da: giulyg78 | 14 ottobre 2010

La trilogia delle metamorfosi

Dopo le celeberrime “Metamorfosi” di Ovidio, anche Andrea Camilleri si cimenta col tema delle metamorfosi. Cambiamenti, trasformazioni temporanee o permanenti che avvengono nella duplice cornice del mare e della montagna. Entrambi sono sempre presenti, in contrapposizione e unione. Come le trasformazioni umane, in un costante allontanamento e riavvicinamento alla natura umana. Onde che si frangono e rifrangono sia nel vasto mare che in un placido lago. Queste metamorfosi sono tre racconti: tre storie d’amore. In ognuna è l’amore umano a portare o consolidare la trasformazione. Amori delicati, sinceri, eppure travolgenti. Perchè in fondo quale metamorfosi è così potente come quella che opera l’amore nel cuore di un uomo e di una donna quando si innamorano?

Pubblicato da: giulyg78 | 25 agosto 2010

16 ottobre 1943

Non credo che esistano parole adatte a spiegare o esternare quello che ho provato leggendo queste pagine. Incredulità, smarrimento, rabbia, dolore. Ma non solo. Sono passata come turista per quelle strade; ho guardato con occhi distratti le case alte e strette, come a tenersi abbracciate. Ma leggendo delle ore terribili durante le quali si è proceduto con metodica cura alla razzia e alla deportazione di migliaia di persone, ogni pietra, ogni muro, ogni filo di erba mi è tornato alla mente. Avevo camminato spensierata per le vie che avevano assistito a questo scempio. Ed allora sono tornata. Sono voluta tornare. E stavolta ho cercato, mi sono soffermata su ogni angolo, ho scrutato ogni parete. E giunta davanti alla lapide che ricorda quel giorno fatale, mi sono fermata a rendere omaggio e onore. Ad ogni uomo, ogni donna, ogni bambino che era lì, in quella mattina del 16 ottobre 1943.

Pubblicato da: giulyg78 | 18 agosto 2010

Olympia

Indubbiamente un senatore molto particolare Publio Aurelio Stazio. Di sicuro un anticonformista. Anche nella “trasferta” in terra ellenica, non manca di mettere in campo tutta la sua arguzia, sapientemente unita a curiosità, intelligenza e una forte dose di incoscienza. Pur essendo un padre coscritto di Roma, unica potenza conquistatrice del mondo antico, ha l’entusiasmo di un adolescente. Non disprezza le situzioni pericolose nè il gentil sesso. Non fa distinzioni di casta o censo, ed è animato da un profondo senso di giustizia. Un uomo si ricco, ma umano, dotato di cuore e soprattutto voglia di vivere e godere appieno della vita. Un eroe atipico, ma di sicuro molto più genuino e reale di tanti altri supereroi moderni.

Pubblicato da: giulyg78 | 5 agosto 2010

Cui prodest?

Danila Comastri Montanari ancora una volta riesce a trasportare il lettore per le vie e nella vita della Roma imperiale. Le anguste e strette viuzze della Suburra, il fetore delle cloache, gli ampi spazi delle domus, il profumo speziato degli incensi, ci avvolgono in ogni pagina. Una potente carica descrittiva è la forza di questa serie di gialli. Un’ambientazione altamente evocativa, quasi come delle istantanee degli ambienti in cui l’azione vive; e una caratterizzazione sui generis dei personaggi: il ricco senatore Publio Aurelio Stazio non è propriamente un tiranno come ci si aspetterebbe da un patrizio quale lui è, dotato di intelligenza ma anche dedito a godere dei più raffinati piaceri che l’Urbe può offrirgli. E al contempo i suoi schiavi non rientrano prettamente nella classificazione di docili domestici. Proprio in questo connubio sta la grande genialità di questi romanzi. Un’altra bella avventura, piena di colpi di scena, da leggere tutta d’un fiato.

Pubblicato da: giulyg78 | 25 luglio 2010

La notte

La notte è il buio. La notte è la paura. La notte è il vuoto. Una notte. Migliaia di notti. Ognuna più nera e più profonda. La notte che inghiotte ogni speranza. La notte che divora la vita. Anche quando nel romanzo si parla di “giorno” è come se tutto fosse avvolto da tenebra, e quello che fino a ieri era il sole fosse divenuto improvvisamente una luce artificiale, un lampione. La notte stringe il cuore di Elie Wiesel, divora l’anima di questo ragazzo. La notte scende sulla Fede. La notte rende insignificante ogni preghiera. La notte nella quale non si sogna, ma si vive e si sopravvive all’incubo. La notte che offusca, annebbia, obnubila ogni senso. La notte nella quale nessuna stella potrà mai più brillare. La notte fatta di un silenzio pieno di grida. La notte che ha distrutto la vita.

 “I suoi occhi non riflettevano più la gioia. Non cantava più. Non mi parlava più di Dio, ma solamente di ciò che aveva visto. La gente non solo si rifiutava di credere alle sue storie ma anche di ascoltarle.”

“Non sapevate dunque cosa si preparava qui, ad Auschwitz? Lo ignoravate? Nel 1944? Che il mondo sappia dell’esistenza di Auschwitz. Che lo sappiano tutti coloro che possono ancora sfuggirgli…”

“Non riuscivo a crederci. Com’era possibile che si bruciassero degli uomini, dei bambini, e che il mondo tacesse?”

“Mai dimenticherò quella notte, che ha fatto della mia vita una lunga notte. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima.”

“…anime maledette erranti nel mondo del nulla, delle anime condannate a errare attraverso gli spazi fino alla fine delle generazioni, alla ricerca della redenzione, in cerca dell’oblio, senza speranza di trovarlo.”

“Il pane, la zuppa: tutta la mia vita. Ero un corpo. Forse ancora meno: uno stomaco affamato.”

“- Dov’è il Buon Dio? Dov’è? Dov’è dunque Dio? – E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…”

“Benedetto Tu sia o Signore, Re dell’Universo, che ci hai eletto fra i popoli per venir torturati giorno e notte, per vedere i nostri padri, le nostre madri, i nostri fratelli finire al crematorio”

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