Andrea Camilleri ancora una volta sorprende con una storia delicata, sul confine tra la realtà e la fantasia. E’ questa una storia che parla d’amore: l’amore per la terra dalla quale si proviene, l’amore tra un uomo e una donna, l’amore semplice per la vita. Ma soprattutto è l’amore sano e genuino che va oltre i pregiudizi, la diversità. L’incontro tra l’Uomo e la Sirena, il “terragno” e la “fimmina ca si cridiva pisce”, la terra e l’acqua; proprio come la contrada Ninfa, la lingua di terra che la leggenda vuole sospesa sopra le acque del mare. Questa perfetta fusione, si tramanda poi ai due fratelli Cola e Resina, l’appasionato studioso delle stelle e la piccola sirena. Anche tra loro due nasce e cresce l’amore, l’amore fraterno che unisce cielo e mare, la loro fusione nella linea dell’orizzonte, là dove è impossibile scorgere dove finisca l’uno ed inizi l’altro. Camilleri ci regala una fiaba. Una fiaba pulita, fresca, semplice, sull’amore puro, vero, sano. Una fiaba che al di là di ogni ostacolo, al di là di ogni tempo, ci mostra l’amore che unisce anche ciò che per umana convinzione sembrerebbe impossibile da unire.
Maruzza [...] aviva du’ occhi ca parivano palluzze di celu, la vucca dovevi essere russa russa comu ‘na cirasuzza. Il nasuzzo dritti e fino spartiva a mità ‘a miluzza frisca, appena cugliuta, ch’era so facciuzza. I capille le arrivavano sino a sutta i scianchi. La cammina era a sciuri, e faciva ‘na bella curvatura all’altizza delle minnuzze. La vita era accussì stritta che lui l’avrebbi potuta tiniri tutta tra il pollice e l’indice della mano e alla vita si partiva una gonna buttuna buttuna che arrivava fino ‘n terra. Da sutta la gonna spuntavano i piduzzi che addimostravano ch’era fìmmina e no sirena.”
