Nella nostra era moderna, dove anche i sentimenti sono “take away”, Gabriel Garcìa Màrquez ci offre una storia di amore e pazienza. Una storia d’amore lunga cinquantatre anni, sette mesi e undici giorni, una paziente attesa che si protrae per cinquantatre anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese. Un amore pulito, delicato, puro. Lei, Firmina Daza, dalla bellezza travolgente e selvaggia. Lui, Florentino Ariza, dall’animo poetico e sognatore. Si incontrano. Si innamorano. Si perdono. Ma la sincerità, la costanza e la pazienza di Florentino faranno breccia nell’animo dell’altera Firmina. Seppure dopo più di mezzo secolo. Seppure dopo un’intera vita comunque vissuta. Seppure dopo il colera. Màrquez ci regala una storia delicata, al di sopra di ogni umana passione. Un amore che nonostante il trascorrere del tempo rimane fresco come quello dei fanciulli. Neppure per un istante si è tentati di cadere nella trappola della classificazione: Florentino Ariza ispira tenerezza ma mai compassione; Firmina non è una fredda arrivista calcolatrice ma una ragazza viva. Il libro è pervaso inoltre da un sottile velo di sarcarsmo e di spirito umoristico che alleggerisce anche l’afosità del clima tropicale. Una storia sana e gradevole, sotto ogni punto di vista.
“Quando una donna decide di andare a letto con un uomo non esiste ostacolo che non superi, nè fortezza che non abbatta, nè considerazione morale che non sia disposta a mettere da parte; non c’è Dio che valga.”

Non resta che sottolineare la modernità, anzi la contemporaneità, di Firmina: è una donna – diciamo pure – del millennio passato la quale, dopo una vita (agiata) trascorsa col marito ed i figli ed allorchè cambia la situazione familiare, non rinuncia a vivere il suo sogno giovanile, anche a dispetto dei benpensanti che la circondano.
Sarà comunque astuta nell’escogitare un meccanismo che non offenda la sensibilità di alcuno.
Da: ma_ri_la su 26 Agosto 2008
alle 17:18