Inserito da: giulyg78 | 22 Giugno 2009

Mille splendidi soli

mille-splendidi-soli-2Rispetto al primo romanzo, questo è molto più crudo, più spietato. Khaled Hosseini racconta la guerra, una guerra così lunga tanto da divenire quasi un elemento caratterizzante nell’esistenza della città di Kabul. I capitoli scorrono, e i razzi, i morti, le macerie, diventano un paesaggio abituale. Citando Pirandello:  ”… si dimentica tutto, ci si adatta a tutto.” E la vita delle due protagoniste, seppure in modi e tempi diversi, è un adattarsi, un abituarsi a  ciò che dalla guerra viene generato e dalla distruzione che da essa ne deriva. Le loro stesse esistenze sono una continua guerra interiore e una distruzione psicologica progressiva. Sembra quasi di assistere ad una lenta resa, dove diviene più semplice accettare tutto invece che combattere per difendere i diritti di umanità, rispetto e uguaglianza. Un annientamento spietato della personalità, dell’essere sè stessi, dell’essere considerate persone a tutti gli effetti. Ma anche sotto i fischi dei razzi, nella miseria più nera, dal fondo del nulla, una piccola scintilla se alimentata, diviene la più splendente delle luci.

“A ricordo di come soffrono le donne come noi, di come sopportiamo in silenzio tutto ciò che ci cade addosso.”

Inserito da: giulyg78 | 3 Maggio 2009

Il cacciatore di aquiloni

il-cacciatore-di-aquiloni-1Questo libro mi ha piacevolmente stupito. Ero un po’ scettica e prevenuta quando ho iniziato a leggerlo. Cosa mai potevo aspettarmi da una storia ambientata in un Paese del quale cronache e telegiornali hanno fatto binomio con “talebani”, “terrorismo” e ”guerra religiosa”? Ma inaspettatamente e con meraviglia Khaled Hosseini è riuscito a instillare in ogni pagina di questa storia lo splendore e la magia di quello che fu il regno delle Mille e una notte. E’ come se l’idea di un Afghanistan deserto e arido, svanisse pagina dopo pagina lasciando scoprire oasi, fiori sconosciuti e meravigliosi, bellissime principesse e cavalieri valorosi, rituali misteriosi ed affascinanti al contempo. Il susseguirsi della storia del protagonista avanza di pari passo con la Storia, ne è completamente avvolta. E come le fantasie e i giochi fantastici di un bambino piano piano svaniscono per diventare vivere quotidiano, con le preoccupazioni, le difficoltà, i problemi, così il Paese fantastico degli scià, delle sherazade si dissolve davanti agli estremismi e al regime di paura e guerra. Ma, nonostante questo, l’autore ci da un affresco dell’Afghanistan dipinto col cuore di chi scrive e racconta della propria terra, mostrando che l’Afghanistan è anche altro; perchè sotto qualsiasi deserto, se si ha la pazienza di scavare, si può trovare l’essenza più pura, semplice, vera, innocente.

“Recentemente sogno molto. Alcuni sogni sono veri e propri incubi; al risveglio mi manca il fiato e mi ritrovo in un bagno di sudore. Ma per lo più faccio sogni belli e ne  ringrazio Allah. Sogno che i fiori lawla torneranno a fiorire per le strade di Kabul, che nelle sale da tè potremo di nuovo ascoltare la musica del rubab e che in cielo voleranno ancora gli aquiloni.”

Inserito da: giulyg78 | 25 Aprile 2009

La lunga notte del dottor Galvan

la-lunga-notte-del-dottor-galvanEsilarante. Serrato. Frenetico. Surreale. E tutto questo in una notte sola. Un giovane medico, zelante, capace, con quella voglia di fare e fare bene, entusiasta del suo lavoro. Un giovane medico al quale ogni certezza, ogni diagnosi, ogni sintomo, ogni studio viene disintegrato, frantumato, sgretolato dal “malato dei malati”. Il paziente temuto da ogni medico, quello che con il suo semplice ma agghiacciante “Non mi sento tanto bene” scatena in ogni medico la voglia di dimostare al paziente, a sè stesso e a tutto l’ordine di medici, dottori, chirurghi, primari la propria competenza e capacità. Il paziente che con il suo solo dichiarare di star male apre le porte ad ogni conoscenza e diagnosi. Il giovane Galvan prende su di sè il “caso” di questo paziente sconosciuto, e vuole guarirlo. Nonostante ad ogni nuovo devastante sintomo i suoi colleghi professori lo diano per spacciato, lui continua la sua corsa da un reparto specialistico all’altro con la sua barella dalle ruote perfettamente lubrificate, onde renderla più efficiente e rapida, e il suo paziente. Suo. Il paziente di Galvan. Il caso di Galvan. Nella notte del dottor Gérard Galvan.

“Non avevo ancora scavato le mie fondamenta e già mi credevo la statua di me stesso.” Daniel Pennac

Inserito da: giulyg78 | 19 Aprile 2009

La solitudine dei numeri primi

la-solitudine-dei-numeri-primiRomanzo d’esordio, ma degno di nota. Nonostante l’autore sia alla sua prima prova come scrittore di romanzi, dimostra di saperci fare. Ben costruiti gli intrecci nella vita dei protagonisti, che li portano ad incontrarsi e perdersi in un’elica continua. La trama funziona, non ci sono momenti di stasi, anzi, quando tutto sembra trovare una tranquilla armonia, qualcosa rompe l’equilibrio. Interessante è tutto il “non fatto” e il “non detto”. Perchè se è vero che dobbiamo essere responsabili delle nostre azioni, tanto più lo dobbiamo essere delle non azioni. E’ proprio in tutto quello che rimane sospeso, nel limbo di un attimo che passa per non tornare mai più, che le vite dei due protagonisti si sviluppano. Vicini, ma non accanto. Uniti, seppure divisi. Simili, ma diversi. E forse proprio questo riconoscersi, il sentire la somiglianza con l’altro, ma non l’uguaglianza, apre il baratro profondo della solitudine. Una sorta di auto-emarginazione, un non accettare che è anche un non accettarsi. L’isolamento diventa uno scudo, una barriera contro il mondo, che non può capire e non può capirci, e al tempo stesso una prigione che fa della soltudine un’abitudine. Nessuno è adatto a noi, nessuno può capirci perchè noi non siamo adatti a loro, non riusciamo a capire il resto del mondo. D’altra parte, solo chi è come un “numero primo” può capire come ci si sente in mezzo a tanti altri come lui, forse anche molto simili, ma confinato dalla propria unicità a restare solo; rimanere solo in mezzo all’infinito.

“Tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali; i primi gemelli: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perchè fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Se si ha la pazienza di andare avanti a contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato e si avverte il presentimento angosciante che il vero destino sia quello di rimanere soli. Poi, proprio quando ci si sta per arrendere, ecco che ci si imbatte in altri due gemelli, avvinghiati stretti l’uno all’altro.” Paolo Giordano

Inserito da: giulyg78 | 18 Aprile 2009

Il bambino con il pigiama a righe

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Con una leggerezza ed un’innocenza disarmante, questo racconto, più simile ad una fiaba che ad un romanzo, ci fa vivere una delle pagine più buie e sconcertanti della Storia. Con gli occhi di un bambino. Col cuore puro e ingenuo di chi non può concepire il Male in tutta la sua atroce e spietata efferatezza. Questo libro è stato tacciato di troppa superficialità, definendolo una parodia di quello che è stato l’Olocausto. Ma cosa c’è di più disarmante, di più travolgente, di più inebriante dell’incontro di due anime candide, che pur trovandosi dalla parte opposta di una rete, la divelgono, facendo la cosa più semplice e più naturale. Si scoprono. Si conoscono. Si accettano. Seppure vedendosi e riconoscendosi diversi, i due bambini si scoprono, si raccontano. Ed ognuno impara dall’altro il rispetto. Verso l’altro, così simile e così diverso; ma soprattutto il rispetto di sè stessi. E’ come se il destino avesse accomunato due vite, facendole vivere in parallelo: due sconosciuti che un giorno per caso si incontrano e vedono sè stessi riflessi negli occhi dell’altro. E che si chiedono chi dei due è dalla parte sbagliata di quella rete. Forse è davvero una favola questa. Una favola che seppure non terminando con “… e vissero tutti felici e contenti.” lascia sperare; che anche una favola possa parlare della Storia, che anche il più piccolo tra noi possa cambiare il mondo, che anche nella disperazione più incomprensibile la felicità è un incontro. Un giorno. Per caso. Per sempre.

“Shmuel non piangeva più. Guardava il pavimento, come cercando di convincere la sua anima a non vivere più nel suo corpicino, ma a scivolare via e volare attraverso la porta fino in cielo, veleggiando fra le nuvole fino a sparire lontano, e non tornare mai più in quel mondo.”

“Tutto questo è accaduto tanto tempo fa e non dovrebbe più accadere. Non oggi.” John Boyne

Inserito da: giulyg78 | 13 Aprile 2009

L’orologio d’argento di mister Weeping

lorologio-dargento-di-mister-weeping1Romanzo d’esordio di una giovanissima scrittrice. Molto ben curato nello sviluppo della trama, nella caratterizzazione dei personaggi, nelle ambientazioni. Un’avventura fantasy, nella quale ognuno di noi ha sognato almeno una volta di ritrovarsi catapultato. Man mano che si procede nella lettura, si percepiscono le influenze dei manga giapponesi, o delle saghe come Harry Potter o Narnia; misteri magici, enigmi cervellotici, scenari gotici che nel nostro immaginario creano l’effetto visivo di un cartone animato. Piccoli “peccati” veniali: per chi conosce la città d’origine dell’autrice, nella descrizione di alcuni scorci paesaggistici si ritrovano paesaggi inconfondibili ed unici che appartengono alla nostra memoria. Altra piccola leggerezza l’uso di termini prettamente labronici come “principiare”, che non sono usuali nella quotidianità. La struttura stessa dell’intera vicenda rimanda molto alle avventure degli anime giapponesi (cartoni animati) che in questi ultimi decenni si sono sapute imporre e far apprezzare non solo da una ristretta nicchia di appassionati, ma da intere e variegate generazioni di bambini ed “ex-bambini”. Piccoli particolari che ci svelano la giovane scrittrice e ci fanno entrare nel suo mondo reale e fantastico. Ma tutti questi dettagli vengono perdonati senza indugio: la giovane autrice è riuscita a creare un romanzo gradevole, scorrevole nel quale ogni spunto della trama non viene perso, ma tutto trova alfine una giustificazione ed una spiegazione coerente. Un plauso, dato che quest’impresa spesso non riesce neppure a scrittori internazionali di affermata e consolidata fama. Niente è scontato o prevedibile; al contrario, niente è come sembra e fino all’ultimo istante il confine tra bene e male, buoni e cattivi, può venire stravolto da un’inattesa e inimmaginabile rivelazione. Complimenti alla giovane Sara e… alla prossima avventura.

“Il desiderio che aveva avuto fin da bambina era quello di poter giocare tra la neve nella sua città in riva al mare.”

Inserito da: giulyg78 | 11 Febbraio 2009

Amica

amicaUna delle opere meno conosciute di Pietro Mascagni. Ma la sua musica ancora una volta ci trasporta in una storia. Una storia dai tratti bucolici e rassicuranti, e aspri e drammatici. La storia è sempre attuale: una ragazza fiera e vivace che si innamora di un bel giovane, Rinaldo, dal carattere ribelle. Ma il sogno del loro amore viene interrotto dallo zio adottivo di Amica che la promette in sposa al fratello di Rinaldo, Giorgio. Giorgio non è bello, non è prestante, ma ama sinceramente e disperatamente Amica. La ragazza però non si rassegna alla decisione dello zio, e romanticamente in una notte di burrasca scappa insieme a Rinaldo sui monti. Giorgio furioso li insegue, ma quando si accorge che il suo rivale in amore è il caro fratello, il suo cuore non regge, e sviene. Rinaldo a questo punto è diviso tra l’amore fraterno e l’amore per Amica: con enorme sacrificio, chiede a questa di sacrificarsi e sposare Giorgio. Rinaldo torna sui suoi monti; ma Amica non si rassegna e disperatamente lo insegue, precipando però nel torrente. E’ una storia drammatica, forse dal gusto un po’ retrò dei vecchi feuilletton, ma il carattere di Amica è assai attuale, una sorta di eroina moderna: la ragazza che non si arrende, che si ribella allo zio-tutore, disposta a combattere e a morire persino pur di difendere i suoi sogni e il suo amore.

Inserito da: giulyg78 | 30 Gennaio 2009

Odissea

odissea3L’Odissea è il racconto di un viaggio. E’ il racconto di molti viaggi. E’ un viaggio nel racconto. Non avevo mai viaggiato insieme ad Ulisse, non avevo mai traversato insieme a lui i terribili gorghi di Scilla e Cariddi, non avevo mai ascoltato il canto delle Sirene. Non ero sfuggita alla terribile fame del Ciclope, non avevo assaggiato il frutto del loto. Non ero stata tentata da Circe, non ero stata ospite di Eolo. Non avevo lottato contro i Lestrigoni, non avevo visto i pingui pascoli di Helios. Non ero discesa negli inferi, non avevo interrogato l’indovino Tiresia, non avevo combattuto i Ciconi. Non ero stata raccolta, naufraga, dalla ninfa Calipso. Ma una volta che la dea ha iniziato il suo canto, il viaggio, il mio viaggio è iniziato. A bordo della nera nave ho solcato i mari, incontrato dèi, crature fantastiche e mostri, scampato pericoli mortali e usato tutta la mia astuzie.  Mi sono lasciata condurre da Odisseo stesso verso il rifugio tranquillo dei Feaci e lì, alla mensa di Alcinoo e Nausicaa,  sono diventata io stessa voce ed orecchio di quest’avventura. L’avventura di un viaggio narrato e l’avventura di un viaggio che riprende verso nuove avventure. Fino al sospirato νόστος (nostos; ritorno) nella sassosa Itaca, il ritorno a casa.

“Quante odissee contiene l’Odissea?” Italo Calvino

Inserito da: giulyg78 | 29 Dicembre 2008

Il maestro e Margherita

Una brillante allegoria. Quante volte ci siamo sentiti dire che in fondo ”il diavolo non è così brutto come lo si dipinge”.  Michail Afana’sevič Bulgakov con questo romanzo riesce perfettamente a rendere il concetto: il diavolo che ci presenta non è un orrido essere, non è affatto assetato di anime, non esala sulfuree essenze, non va a caccia di vittime innocenti. Il diavolo che arriva a Mosca è quasi un turista che si limita ad osservare quanto lo spirito umano sia corrotto, avido di denaro, infinitamente egoista. Ogni stranezza da lui compiuta, è giustificata dal fatto che è un “mago”. Questo personaggio ricorda molto il pifferaio magico di Hamelin: il suono del suo piffero (denaro, gioielli, abiti, appartamenti, fama) incanta chiunque, portando allo scoperto anche le più basse pulsioni umane. Unico, incontrastato, quasi venerato. Ecco il diavolo affascinante al quale è impossibile resistere. Ma al tempo stesso un diavolo “buono”, che non si rassegna alla corruzione, alla mancanza di scrupoli, alla legge del denaro. Il diavolo cerca un’anima da non condannare, un cuore vero che batta ancora di vita. Ed ecco dunque comparire Margherita: una donna infedele, passionaria, sognatrice, ma che pur di salvare il suo Maestro, fargli avere il rispetto e la stima che merita nel mondo accademico della letteratura, consentirgli di realizzare la sua aspirazione, si concede a rendere il suo servigio a Satana, come la più consumata delle streghe. Soffre, ma con animo pieno di gioia; ha paura, ma trova il coraggio che forse non sapeva neppure di avere; non si arrende, forse caparbiamente e cocciutamente, ma la sua fatica e la sua dedizione verranno premiate. Dal diavolo.

“Mi ha preso la tristezza al pensiero del lungo cammino. Non è vero che questo è del tutto naturale anche quando si sa che alla fine di quel cammino c’è la felicità?”

Inserito da: giulyg78 | 18 Novembre 2008

Antigone

AntigoneAntigone appartiene al ciclo classico delle tragedie greche. Questa opera di Sofocle, rappresenta l’epilogo della saga dedicata alla dinastia dei Labdacidi (da cui discende Edipo). Mitica eroina di questo dramma è una donna: Antigone. Spirito fiero, altera ma senza superbia, nobile di stirpe e nell’animo. Il suo è un inno alla disobbedienza. Il suo opporsi alle leggi umane per servire alle leggi divine, anche se in contrasto tra loro, dimostrano che l’intelligenza e la ragione possono prevalere contro ingiustizie e abusi di potere. Antigone paga con la propria vita la trasgressioni alle leggi umane, ma gli dei puniranno duramente l’uomo che è stato così ottuso da non cedere davanti alle ragioni del cuore e del buonsenso. L’accorata difesa di Antigone davanti al re Creonte, fedele sostenitore e scrupoloso applicatore dei propri editti, non è da considerarsi come un atto sovversivo al potere gerarchico. Antigone difende la dignità umana. Il suo sentire, i suoi sentimenti vanno oltre la rivalità che ha portato alla morte Polinice ed Eteocle, che si sono uccisi sul campo di battaglia, uno contro l’altro, fratelli e nemici. I suoi fratelli sono morti. Entrambi sono stati da lei amati in vita. Entrambi meritano i riti funebri per il loro ultimo viaggio. Ai suoi occhi non ci sono un eroe e un vile, non è razionalmente possibile che ad uno spettino tutti gli onori e all’altro il vilipendio di essere abbandonato allo scempio delle belve. Ed allora si infrangono anche gli editti reali, pur di seguire la voce di giustizia e rispetto dettata dal cuore.

“Non veniva da Zeus la tua legge; nè la Giustizia che vive con gli dèi l’aveva stabilita per i mortali. Nè credo che un tuo decreto possa avere tanta forza da abrogare il diritto delle leggi non scritte degli dèi, quelle leggi che sempre e da sempre vivono. E se pensi che abbia commesso questo per follia, forse è ad un folle che la devo.”

“La ragione è il bene più grande di tutti quelli che gli dèi hanno concesso agli uomini. Io so come piange la città per la sorte di questa ragazza, la più innocente fra le creature, condannata a morire in modo indegno per il più nobile dei gesti. La gloria dei padri è per i figli la gioia maggiore, come per i padri la felicità dei figli. Ma non pensare che solo quello che tu dici e nient’altro sia giusto. Un uomo, proprio se saggio, non deve vergognarsi di imparare sempre di più.”

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