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L’eleganza del riccio
Memorie di una geisha
Più che leggere un libro mi è sembrato di fare un viaggio. Un viaggio in un Paese per certi versi ancora sconosciuto, dove antiche tradizioni e rituali immortali continuano a sopravvivere nonostante il mutare dei tempi e dei costumi. Erroneamente siamo portati a credere che le geishe siano delle “prostitute d’alto bordo”: niente di più lontano dalla realtà. Una geisha è una donna che concede il suo tempo, non il suo corpo. Lo concede a uomini importanti e con devozione si prodiga affinchè questi si dilettino: con conversazioni argute, offrendo il thè, mescendo sakè, danzando, suonando. Sebbene le apprendiste fossero ragazze di umili origini, la preparazione per portarle a divenire vere geishe, è quanto di più complesso possa esistere: devono apprendere come emozionare, come trasmettere emozioni, non lasciando trapelare nessuna emozione dai loro volti simili a quelle di fragili bambole di porcellana. Devono essere preparate, scaltre, capaci di destreggiarsi in un ambiente dove invidie e rivalità sono l’anima di un mondo dove solo colei che riesce ad accaparrarsi il più buon “partito”, ha la sicurezza di poter sopravvivere. Sono rimasta affascinata dalla dedizione e meticolosità con la quale ogni particolare del trucco e dell’abbigliamento viene studiato: i kimono che rendono queste donne simili a leggiadre farfalle colorate, sono quanto di più complesso e scomodo possiamo pensare di indossare, ed ogni nodo, ogni strato ha un significato, un perchè ed un’utilità. Non c’è niente di umiliante o svilente nel loro lavoro, ma tutto è permeato da una solennità, da una ritualità dei gesti quasi sacra, che forse a noi può risultare incomprensibile. Al termine di questo viaggio si scoprirà che il Paese del Sol Levante, nonostante sia stato coinvolto nella globalizzazione mondiale, conserva ancora gelosamente questo suo raro tesoro, questa sua millenaria tradizione, da preservare, conservare ed ammirare in tutta la sua fragile bellezza.
“Non diventiamo geishe perchè vogliamo che la nostra vita sia felice, ma perchè non abbiamo altra scelta.”
Pubblicato in Letteratura internazionale, Romanzo | Tag:Arthur Golden, I grandi Tea, Libri, Memoirs of a geisha, Memorie di una geisha, Romanzo, TEA
Veronika decide di morire
E’ un romanzo strano. Credevo di leggere una sorta di “elogio alla morte”, assistere alla ricerca spasmodica della protagonista di mettere fine alla sua vita. E invece in mezzo a tutta questa morte, tutto è vita. Non solo: una domanda permea tutta la storia. Chi sono i veri pazzi e cos’è la follia? Coelho non da una risposta, ma più si conoscono i “folli” più sembra che la vera follia sia il quotidiano adattarsi a regole, schemi, comportamenti imposti o reitarati dalla consuetudine e per questo ritenuti socialmente “normali”. Veronika decide di morire. Ma non riesce nel suo intento. E messa davanti alla prospettiva di non essere più lei a decidere quando e come morire, la sua brama di distruzione si trasforma. La ragazza insoddisfatta diventa una giovane donna che osserva, sente, si emoziona, assapora ogni istante dei giorni che le rimangono intrapendendo una ricerca verso il sapore della vita. Non nego di aver odiato il suo personaggio: come essere annoiati dalla vita? Soprattutto quando la vita è gioventù, benessere, nessuna preoccupazione. Non ho trovato giustificazioni per il suo gesto. Ma man mano che la sentivo in un certo senso disperarsi al dissolversi del tempo che le scivolava via inesorabile, la vedevo prendere coscienza di ogni attimo e percevivo il suo impegno nel rendere degno di essere vissuto ogni momento di vita. Secondo me la peculiarità di tutto il romanzo sta nel fatto che sono i matti, i folli, i pazzi, gli schizofrenici a liberare la voglia di vivere di Veronika; e lei ad infondere in loro il coraggio di portare un pizzico di follia nella routine della normalità.
“I folli commettono sempre delle follie.”
Un faro sulle strade degli ultimi – Giovanni Battista Quilici
Nella Livorno del XIX secolo, un prete, un semplice uomo ha un’intuizione geniale e rivoluzionaria: per far sì che la società sia migliore, non afflitta da mali quali la prostituzione e la delinquenza dilagante, occorre restituire dignità a tutti cominciando dai più piccoli. Piccoli non solo in termini di età, ma nel senso di ultimi, emarginati. Già a quei tempi il porto aveva contribuito a creare una società multietnica (un moderno meltin’ pot), multiculturale e multireligiosa. Non solo: Livorno era un porto franco dove da ogni parte del Mediterraneo arrivavano navi e uomini attirati dalla libertà del commercio; grazie alle famose “leggi livornine” poi, debiti o condanne penali venivano cancellate in un solo colpo dando la possibilità a quanti arrivavano in città di rifarsi una vita, generando così una variegata compresenza di costumi, opinioni, sentimenti. Facile immaginare come la città divenisse ben presto un “refugium peccatorum” e di quanto inevitabile fosse che violenza e delinquenza dilagassero in ogni quartiere. In questo crogiolo di razze e in un dilagare di violenze, corruzione, don Quilici osserva la sua città, il suo popolo. E decide di agire. Non giudicando nessun comportamento. Solo portando il suo messaggio di amore. Si reca così al bagno penale della Fortezza Vecchia dove i detenuti scontavano la loro pena incatenati e costretti ai lavori forzati, per portare loro il messaggio che il Padre non li aveva abbandonati ma anzi, proprio lì in mezzo alla sofferenza li amava ancora di più e altro non chiedeva di vederli tornare a Sè. Altra triste situazione era quella delle donne: la miseria diffusa, il grande porto dal quale giungeva a Livorno un enorme movimento di persone, resero la città nota come “un emporio dei vizi in attesa di diventare un emporio d’affari”. Ed anche per loro don Quilici non usa parole di condanna morale: le invita a prendere in mano le redini della loro vita e a sollevarsi dalla condizione di schiave. Infine, è ai più piccoli, ai bambini, che dedica il suo pensiero e la sua azione: se i giovani imboccavano la strada della delinquenza o venivano assorbiti nel giro della prostituzione, ciò era dovuto alla grave carenza educativa. Nessuno si occupava dell’educazione per far sì che i ragazzi e le ragazze divenissero protagonisti positivi nel lavoro, nella famiglia, nella società. La sua opera non si limita alle parole, ma all’azione in prima linea: nasce così l’idea di un istituto dove accogliere la gioventù, dove “aggiustare le menti e riformare il cuore”. Don Quilici costruisce così l’Istituto Santa Maria Maddalena e fonda quello che oggi è l’ordine delle Figlie del Crocifisso: una comunità rivoluzionaria per quei tempi interamente formata da donne istruite che si autogovernano e che si dedicano all’istruzione, all’insegnamento della religione e all’abilità di un mestiere di tutte le “fanciulline” siano esse “ricche o povere, rozze o civili, buone o cattive, inesperte o provette”. La sua opera è stata inarrestabile fino al giorno della sua morte, ma ancora oggi don Giovanni Quilici è per Livorno il faro che ha saputo attirare nella sua luce di carità e amore gli Ultimi e riscattarli.
“Carità è occuparsi dell’educazione dei bambini, con attenzione sia al corpo, sia alla mente.”
Sonderkommando Auschwitz
Non avevo mai pianto leggendo un libro. Nonostante adori leggere sin da quando ero piccola, ed abbia letto davvero di tutto, mai nessun testo per quanto bello, avvincente, coinvolgente, mi aveva fatto piangere. Ho pianto, colpita nell’anima da ogni parola di questa cronaca dell’orrore. Ho pianto per il senso di impotenza. Ho pianto perchè mi sono resa conto che in quell’inferno chiamato Birkenau non esisteva più speranza per nessuno. I campi di concentramento, le camere a gas hanno annientato milioni di persone, ma crimine ancora più raccapricciante, hanno ucciso la speranza di quanti sono sopravvisuti. Il prezzo pagato per rimanere vivi è stato l’annichilimento della capacità di sperare, di trovare gioia, anche nelle piccole cose. Sopravvivere… Ma perchè? A quale scopo? A che prezzo? Ricordo che quando lessi la biografia di Primo Levi rimasi stupita nel leggere che era morto suicidandosi. Mi interrogai: come è possibile che una persona che è riuscita ad uscire viva dal campo di concentramento, che ha superato l’orrore, decida di togliersi la vita. Oggi ho capito. Come si può gioire della vita quando si ha la consapevolezza che ogni giorno, ogni ora, ogni respiro, ogni battito del cuore è stato “rubato” a milioni di altri respiri, a milioni di altri cuori. E durante i giorni, i mesi trascorsi nel regno dell’angoscia, la mente umana ha fatto in modo di cancellare ciò che gli occhi vedevano, ciò che le orecchie udivano, ciò che le mani toccavano; un solo comando arrivava: mangiare, sopravvivere. Il resto non esisteva. Mangiare, sopravvivere. Sapendo che il boccone che potevo mangiare era stato tolto a qualcun altro che, inevitabilmente o per fame o per la follia di pochi, sarebbe morto. Ma anche sapendo questo: mangiare, sopravvivere. Un’ora in più, forse un giorno. Continuare a “rubare” un po’ di vita. Una volta usciti dal campo, è come se l’anima, lacerata, si rifiutasse di seguire il corpo in quello che viene definito “ritorno alla normalità”. E’ come se chi è riuscito a sopravvivere, fosse stato svuotato della capacità di provare sentimenti. Ma la testimonianza dei Sopravvissuti, per quanto incredibile, orrenda, tanto che loro stessi stentano a credere che davvero tutto questo sia potuto accadere, è la preziosa eredità che ci tramandano. Che ogni loro parola diventi monito e speranza al tempo stesso affinchè quello che è stato non accada mai più. Mai più. Mai.
“Appena provo un po’ di gioia, qualche cosa mi si blocca dentro. E’ una malattia che rode dal di dentro e che distrugge ogni sentimento di felicità. Non mi lascia mai un momento di felicità o di spensieratezza. Non si esce mai per davvero dal Crematorio.”
“Succede anche a me di pensare che non è stato che un brutto sogno, che non è potuto succedere.”
“Dovevamo pur mangiare… Finivamo per abituarci a tutto, anche all’odore nauseabondo della morte. Eravamo parte del meccanismo. Non ce ne rendevamo nemmeno conto; non pensavamo più a niente; eravamo diventati degli automi.”
“La solidarietà esiste soltanto quando si ha abbastanza per sè; altrimenti, per sopravvivere, si deve essere egoisti.” Shlomo Venezia
“E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo.” Primo Levi
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Un sabato, con gli amici
Inutile nasconderlo: Camilleri sa scrivere qualsiasi cosa. Fosse anche la lista della spesa, lui sa farlo, con classe. E da vero scrittore quale è riesce anche a diversificare il suo stile. Il linguaggio usato in questo libro è schietto, crudo, sintetico, molto attuale; sono come occhiate penetranti che centrano un bersaglio. Nessun personaggio ha avuto un’infanzia felice: in qualche modo c’è stato un evento tragico e traumatico che segnerà per sempre il loro carattere. I casi della vita, il destino, le coincidenze faranno sì che tutti si trovino a condividere un sabato sera a cena. Una serata di quelle noiose dove si fa più per abitudine che per voglia di stare insieme, anche perchè di stare insieme a “quelle” persone è l’unica cosa che si vorrebbe evitare. Un normale, noiosissimo, scontato sabato sera dove dopo il primo giro di drink non si vede l’ora di tornarsene a casa propria. Ma Camilleri è un maestro dell’imprevisto. E la sua penna, la sua arguzia e genialità ci condurranno in un finale imprevisto, ma non inaspettato. Un finale che rende quel sabato sera solo un po’ più frizzante degli altri. E sette anime, sette bambini forse innocenti, diverrano sette anime davvero perdute. Ognuno artefice del proprio destino, senza scuse o attenuanti.
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Il treno dell’ultima notte
Un libro strano. E’ come se ci fossero due romanzi in uno, due storie parallele seppure divise dagli anni della Storia, ma completamente diverse. Diverse ed opposte. Ciò che dovrebbe essere la ricerca di un ricordo tenero, puro, innocente, si trasforma in un doloroso muro di realtà; ciò che è una realtà inaspettata, spietata, dura, cruda, si tramuta in una speranza di serenità e quiete. Le lettere di un bambino che viene travolto dalla Storia, le parole di uomini che vivono la Storia. Paradossalmente il passato è più interessante, più avvincente del presente. La rivoluzione ungherese è solo una parentesi, una sosta in quello che è l’unico motivo del viaggio: la ricerca. Ma tutto in questo romanzo ha una duplice identità, opposta. Quando arriva la fine della ricerca, la sua scoperta lascia molto amaro. Non è possibile un lieto fine, per quanto i ricordi dell’infanzia siano dolci e luminosi, ogni pagina fa presagire che niente è rimasto come era: le stesse macerie che si accumulano durante tutto il viaggio in un’Europa massacrata da una guerra appena finita e da mille rivoluzioni che si scatenano, stanno lì a rammentare che il passato, la vita passata ora sono solo detriti e polvere, mucchi disordinati e ammassati di ruvide pietre. Ed anche i cuori, le anime, le menti ed i corpi che sono stati straziati, umiliati, privati di ogni dignità, sono diventati rovine aride in cui non c’è più vita ma solo sopravvivenza. E cosa resta di un ricordo, quando si avverte costantemente la colpa di essere ancora vivi?
“… Tutto si può fare per sopravvivere e questa è la condanna più disgustosa, la più sapiente, quella che uccide meglio.” Dacia Maraini
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Mille splendidi soli
Rispetto al primo romanzo, questo è molto più crudo, più spietato. Khaled Hosseini racconta la guerra, una guerra così lunga tanto da divenire quasi un elemento caratterizzante nell’esistenza della città di Kabul. I capitoli scorrono, e i razzi, i morti, le macerie, diventano un paesaggio abituale. Citando Pirandello: ”… si dimentica tutto, ci si adatta a tutto.” E la vita delle due protagoniste, seppure in modi e tempi diversi, è un adattarsi, un abituarsi a ciò che dalla guerra viene generato e dalla distruzione che da essa ne deriva. Le loro stesse esistenze sono una continua guerra interiore e una distruzione psicologica progressiva. Sembra quasi di assistere ad una lenta resa, dove diviene più semplice accettare tutto invece che combattere per difendere i diritti di umanità, rispetto e uguaglianza. Un annientamento spietato della personalità, dell’essere sè stessi, dell’essere considerate persone a tutti gli effetti. Ma anche sotto i fischi dei razzi, nella miseria più nera, dal fondo del nulla, una piccola scintilla se alimentata, diviene la più splendente delle luci.
“A ricordo di come soffrono le donne come noi, di come sopportiamo in silenzio tutto ciò che ci cade addosso.”
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Il cacciatore di aquiloni
Questo libro mi ha piacevolmente stupito. Ero un po’ scettica e prevenuta quando ho iniziato a leggerlo. Cosa mai potevo aspettarmi da una storia ambientata in un Paese del quale cronache e telegiornali hanno fatto binomio con “talebani”, “terrorismo” e ”guerra religiosa”? Ma inaspettatamente e con meraviglia Khaled Hosseini è riuscito a instillare in ogni pagina di questa storia lo splendore e la magia di quello che fu il regno delle Mille e una notte. E’ come se l’idea di un Afghanistan deserto e arido, svanisse pagina dopo pagina lasciando scoprire oasi, fiori sconosciuti e meravigliosi, bellissime principesse e cavalieri valorosi, rituali misteriosi ed affascinanti al contempo. Il susseguirsi della storia del protagonista avanza di pari passo con la Storia, ne è completamente avvolta. E come le fantasie e i giochi fantastici di un bambino piano piano svaniscono per diventare vivere quotidiano, con le preoccupazioni, le difficoltà, i problemi, così il Paese fantastico degli scià, delle sherazade si dissolve davanti agli estremismi e al regime di paura e guerra. Ma, nonostante questo, l’autore ci da un affresco dell’Afghanistan dipinto col cuore di chi scrive e racconta della propria terra, mostrando che l’Afghanistan è anche altro; perchè sotto qualsiasi deserto, se si ha la pazienza di scavare, si può trovare l’essenza più pura, semplice, vera, innocente.
“Recentemente sogno molto. Alcuni sogni sono veri e propri incubi; al risveglio mi manca il fiato e mi ritrovo in un bagno di sudore. Ma per lo più faccio sogni belli e ne ringrazio Allah. Sogno che i fiori lawla torneranno a fiorire per le strade di Kabul, che nelle sale da tè potremo di nuovo ascoltare la musica del rubab e che in cielo voleranno ancora gli aquiloni.”
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