Rispetto al primo romanzo, questo è molto più crudo, più spietato. Khaled Hosseini racconta la guerra, una guerra così lunga tanto da divenire quasi un elemento caratterizzante nell’esistenza della città di Kabul. I capitoli scorrono, e i razzi, i morti, le macerie, diventano un paesaggio abituale. Citando Pirandello: ”… si dimentica tutto, ci si adatta a tutto.” E la vita delle due protagoniste, seppure in modi e tempi diversi, è un adattarsi, un abituarsi a ciò che dalla guerra viene generato e dalla distruzione che da essa ne deriva. Le loro stesse esistenze sono una continua guerra interiore e una distruzione psicologica progressiva. Sembra quasi di assistere ad una lenta resa, dove diviene più semplice accettare tutto invece che combattere per difendere i diritti di umanità, rispetto e uguaglianza. Un annientamento spietato della personalità, dell’essere sè stessi, dell’essere considerate persone a tutti gli effetti. Ma anche sotto i fischi dei razzi, nella miseria più nera, dal fondo del nulla, una piccola scintilla se alimentata, diviene la più splendente delle luci.
“A ricordo di come soffrono le donne come noi, di come sopportiamo in silenzio tutto ciò che ci cade addosso.”









